Riflessioni

Un nome

Un nome. Un nome per ogni persona, ed una persona per ogni nome. Conosco una persona. Anzi ne conosco tante, ma solo una persona che conosco non avrebbe potuto avere altro nome all’infuori di quello che ha. Belle. Lei non avrebbe potuto chiamarsi diversamente. Ci sono delle volte in cui dal nome capisci tutto di chi lo porta, volte in cui delle semplici lettere messe l’una affianco all’altra sono molto di più che una parola. Sono il sunto di un’intera vita, la regola di un’esistenza, la promessa di un’anima. Di Belle avevo ho capito tutto. Guardandola ho capito perché non avrebbe potuto chiamarsi diversamente.  Ascoltandola ho capito perché si chiamasse così. Non è una questione di capelli, mani, labbra, occhi, di seni, corpo o forme. Si tratta di lei. E’ per via di ciò che ha dentro. Già, perché in certe occasioni, di certe persone, vedi prima ciò che hanno dentro. Portano in sé mondi talmente incontenibili che finiscono per avvolgerli, ricoprirli, nasconderli e quasi eclissarli. E’ il dentro che copre il fuori, ed è il fuori che custodisce il dentro. Un paradosso che non capirò mai. Un paradosso racchiuso in un solo nome. Un nome significa molto. Belle significa molto. Da un nome si possono capire molte cose, ed io non ho capito niente.

Annunci

L’amore uccide

Si pensa che dia vita, faccia rinascere, ringiovanisca e rinvigorisca. Forse. Ma prima d’ogni cosa, l’amore uccide. Ciò che eri, che credevi, che pensavi o anche solo immaginavi d’essere non esiste più quando ami. Una parte di te muore. Necrotici pezzi del tuo essere si consumano e scompaiono. Al loro posto arriva il tuo nuovo io. Ci sono delle volte in cui si fatica davvero a capirsi. La sconsideratezza delle azioni dettate da quel maledetto sentimento ti porta a stupirti ogni qual volta tu faccia qualcosa senza sapere il perché. O meglio, sai perché lo fai, lo sai fin troppo bene, conosci l’insensata ed immotivata voglia dell’altra persona. L’hai studiata a fondo nelle notti passate a pensare, ma è proprio questo che non ti spieghi. Non riesci a capire l’origine di tutto ciò, l’origine della tua nuova vita, l’origine della tua morte. Perché tra miliardi di respiri dipendi proprio dal suo, perché tra miliardi di voci solo la sua è essenziale, perché tra infinite essenze sia stata proprio lei ad ucciderti. Puoi provare a capirla, ma non accadrà mai di trovare la verità, perché non esiste verità. Non esiste verità palpabile, udibile, visibile, tangibile, non esiste nulla. Esiste solo l’abissale voglia di ritrovarsi in un letto e fare l’amore anche senza sfiorarsi, guardandosi solamente. Catturarne semplicemente il profumo nell’aria, con respiri profondi, cercare di imprigionare nei tuoi polmoni tutto il suo essere e la sua bellezza, come a voler chiudere il mondo in una scatola, il mare in una conchiglia, il cielo in una foto. Impossibile. Ama, muori, rinasci, vivi.


Bianco, nero, bianco.

Lo ricordo come se fosse ieri. Non ve lo devo dire io, penso sappiate che quando qualcosa ti cambia la vita te la ricordi per sempre. Era pomeriggio. Un solito pomeriggio. Stavo seduto sullo sgabello. Le mie dita continuavano a correre su e giù su quei maledetti tasti, bianco, nero, bianco, nero, bianco, nero, il bene e il male, nero, uno dei soliti maledetti pomeriggi passati su quello sgabello. Ma poi sento una nota. Un’altra ed ancora un’altra e dopo molte altre ancora. Non riesco a capire da dove vengano. Poi stop. Tutto smette, e nelle mie orecchie risuonano solo le note che vengono dal mio dannato pianoforte, di nuovo bianco, di nuovo nero. “Non ci siamo ancora, perché non studi come ti ho detto? Il piano forte è una cosa seria! Ti devi applicare”. La maestra di pianoforte continua a parlare, ma non l’ascolto. Da quel momento tutto per me cambiò ed anche io smisi di essere ateo. Avevo anche io trovato qualcosa in cui credere, qualcosa in cui sperare quando ti accorgi che intorno a te c’è solo una putrida pozza di gente che non fa altro che darti addosso. Quando tutti ti dicono no, qualcosa ti avrebbe ancora sussurrato un “si” alle orecchie. Non erano solo sei sottili fili di metallo piazzati a caso su un corpo di legno, erano linee che tracciavano i confini della mia felicità e della mia pace. Da un Mi ad un altro, giù per ventidue tasti.