Il suono che non si dimentica

Quel giorno andai al lavoro con mio padre. Lui faceva il giardiniere. Non saprei dire da quanto, ma se me l’avessero chiesto, avrei risposto che il giorno in cui furono inventate le piante lui era già lì a prendersi cura di esse.
Arrivammo davanti al grande cancello in ferro battuto e mio padre bussò al citofono. Nessuno rispose. Posò la sua cassetta degli attrezzi per terra, poggiò il dito sul pulsante, per bussare una seconda volta, ma poi esitò.
Dalla lontana porta della lussuosa villa, vedemmo uscire una persona in giacca e cravatta che si diresse verso di noi. Doveva essere il maggiordomo, una famiglia così ricca doveva averne per forza uno.
– Scusate, ma il citofono è guasto. I signori sono?
– I giardinieri. Siamo venuti per la serra.
– Prego, accomodatevi.
Il vecchio maggiordomo aprì il portoncino di fianco al grande cancello e con la mano, fece cenno di seguirlo lungo il viale.
Arrivammo nella serra della villa ed il maggiordomo ci lasciò soli. Mio padre sembrava essere entrato nell’Eden. Aveva passato tutta la vita a tagliare, potare, annaffiare, curare piante ed alberi, le conosceva meglio delle persone e le amava in modo del tutto sconsiderato. L’avevo visto parlare con loro. Nella nostra piccola serra, parlava con le sue piante di qualunque cosa, e mi piaceva starlo a sentire di nascosto.
Ad una pianta un giorno rivelò d’amare una donna. Subito dopo iniziò a piangere di fronte quella bellissima orchidea mentre parlava di una certa Luise. Diceva d’amare quella donna più d’ogni altra cosa, ma che a volte si sentiva in colpa per la mamma, che era morta da tre anni.
– Guarda qui che bellezza.
– Sono tanti papà!
– Si. Se c’è una cosa che i Fontaine hanno di buono, è che amano le cose belle. Quindi amano anche i fiori. Guarda questo.
– E’ bellissimo! Da dove viene?
– Questo? Viene dall’India. E’ rarissimo.
– Quindi dobbiamo stare attenti?
– Già, molto.
Ero davvero eccitato. Mi sentivo come un eroe, l’unico, oltre a mio padre, in grado di portare a termine quel compito difficilissimo: far sorridere le piante. Già, perché mio padre diceva sempre che le piante sorridono quando le si tratta bene. Diceva anche che, solo poche persone al mondo sapevano farlo e lui, era una di queste.
Tirò fuori dalla cassetta degli attrezzi una piccola forbice ed una spugnetta, che bagnò con dello strano liquido azzurro.
– Cos’è?
– Vedi questa pianta? E’ malata. E’ come se avesse la febbre.
– E noi le diamo la medicina?
– Proprio così, le diamo la medicina.
Ci scambiammo un sorriso d’intesa. Stavamo salvando una vita, proprio come facevano i dottori all’ospedale.
Mentre gironzolavo per i banchi, pieni di bellissimi fiori, sentii dei rumori provenire dalla casa. Sembrava che qualcuno stesse rompendo dei piatti. Poi, sentii delle voci.
– Devi essere impazzita!
– Non sono io che sono pazza, sei tu che sei l’uomo più viscido che abbia mai conosciuto! Ho sopportato per anni i tuoi “incontri occasionali”, come ami definirli, ma addirittura portare un’altra donna nel nostro letto, nella mia casa! Sono stanca. E’ da tanto che non ci amiamo più. Non ha senso continuare questa farsa!
– Zitta donna!
– Cosa vuoi fare con quello? Tagliarmi la gola?
Impaurito per le grida, mi rannicchiai in un angolino vicino dei fantastici gigli. Chiamai papà, ma non rispose. Lo cercai, ma non era più lì, così decisi di uscire anche io per trovarlo. Seguii le voci, entrai nella grande porta principale, girai a sinistra ed arrivai nel grande salone.
Per terra c’era una donna. Era bellissima. Indossava un vestito di seta rosso, lo stesso del suo rossetto. Teneva la mano, sporca di sangue, sulle labbra. Di fronte a lei c’era un uomo sulla cinquantina, ben vestito, cravatta slacciata ed un tagliacarte sporco di sangue in mano. A pochi metri mio padre. Reggeva una pistola e fissava l’uomo col coltello, puntandogli l’arma contro. Mi nascosi dietro la porta ed osservai tutto da lì, come fosse solo un film.
– Fermati Jean!
– No Luise, questa storia va avanti da troppo tempo. Non posso permettere che accada ancora.
– Così tu saresti il famoso Jean?
– Ha importanza?
– Invece ha molta importantza. Jean è il nome dell’amante di questa puttana. Se tu sei Jean, mi costringerai a farti del male.
– Jean è il nome dell’uomo che ama Luise. Jean è il mio nome. Jean è il nome della tua fine.
– E cosa vorresti fare ora con quella pistola?
– Niente di più di quello che va fatto.
– Jean fermati non fare pazzie!
– Luise, serve un secondo. Un secondo e tutto sarà finito. Noi due potremo amarci, senza nasconderci e senza paura.
– Giardiniere non farmi ridere. Non sai con chi stai avendo a che fare! Se mi uccidi…
– Se “ti uccido” cosa? Non accadrà proprio nulla. Se ti uccido tu muori, semplice.
– Uccideresti un uomo disarmato?
– Quando schiacci un verme gli fai la cortesia di dare una gamba anche a lui?
Per tutta la grande camera risuonò quello sparo. Un suono che mi porto dietro ancora oggi, a distanza di trent’anni. Lo riesco a sentire benissimo.
E’ qui nella mia mente, nelle mie orecchie. Fa tremare ancora il mio petto. E’ qui come se stesse accadendo tutto di nuovo, ora, in questa chiesa. Come se l’uomo in quella bara davanti a me non fosse morto, ed avesse ancora in mano quella pistola. Come se la donna seduta vicino a me, non stesse qui a stringermi la mano, ma fosse ancora su quel pavimento a piangere a dirotto. E’ ancora tutto qui con me. Il suono di quello sparo, è il suono che non si dimentica.

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