Bianco, nero, bianco.

Lo ricordo come se fosse ieri. Non ve lo devo dire io, penso sappiate che quando qualcosa ti cambia la vita te la ricordi per sempre. Era pomeriggio. Un solito pomeriggio. Stavo seduto sullo sgabello. Le mie dita continuavano a correre su e giù su quei maledetti tasti, bianco, nero, bianco, nero, bianco, nero, il bene e il male, nero, uno dei soliti maledetti pomeriggi passati su quello sgabello. Ma poi sento una nota. Un’altra ed ancora un’altra e dopo molte altre ancora. Non riesco a capire da dove vengano. Poi stop. Tutto smette, e nelle mie orecchie risuonano solo le note che vengono dal mio dannato pianoforte, di nuovo bianco, di nuovo nero. “Non ci siamo ancora, perché non studi come ti ho detto? Il piano forte è una cosa seria! Ti devi applicare”. La maestra di pianoforte continua a parlare, ma non l’ascolto. Da quel momento tutto per me cambiò ed anche io smisi di essere ateo. Avevo anche io trovato qualcosa in cui credere, qualcosa in cui sperare quando ti accorgi che intorno a te c’è solo una putrida pozza di gente che non fa altro che darti addosso. Quando tutti ti dicono no, qualcosa ti avrebbe ancora sussurrato un “si” alle orecchie. Non erano solo sei sottili fili di metallo piazzati a caso su un corpo di legno, erano linee che tracciavano i confini della mia felicità e della mia pace. Da un Mi ad un altro, giù per ventidue tasti.

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