Ultima

Promesso?

“Mi faranno vivere per forza, Momò. Fanno sempre così negli ospedali, hanno delle leggi apposta. Io non voglio vivere più del necessario e oramai non è più necessario. C’è un limite anche per gli ebrei. Mi faranno subire delle sevizie per impedirmi di morire, hanno una faccenda che si chiama l’Ordine dei medici che è fatto apposta per questo. Ti fanno sbavare fino alla fine e non ti vogliono concedere il diritto di morire, per non creare dei privilegiati. Io avevo un amico che non era nemmeno ebreo ma che non aveva nè braccia nè gambe per colpa di un incidente, e lo hanno fatto soffrire ancora dieci anni all’ospedale per studiare la sua circolazione.
Momò, io non voglio vivere solamente perchè lo pretende la medicina. So che sto perdendo la testa e non voglio vivere degli anni in coma per far onore alla medicina. Perciò, se senti delle dicerie d’Orleans che mi vogliono mandare all’ospedale, chiedi ai tuoi compagni di farmi la buona puntura e poi di gettare i miei resti in campagna. In un cespuglio, dove vogliono loro. Sono stata in campagna dopo la guerra una decina di giorni e non ho mai respirato così bene. Per la mia asma è meglio della città. Ho dato il culo ai clienti per trentacinque anni, e adesso non lo voglio dare anche ai medici. Promesso?”
Cheyrem

(da “la vita davanti a sè”, Romain Gary)

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Canzone

E’ nell’aria
ancora il tuo profumo
dolce caldo morbido
come questa sera
mentre tu
mentre tu
non ci sei più
E questa sera nel letto metterò
qualche coperta in più
perché se no avrò freddo
senza averti sempre
senza averti sempre addosso
e sarà triste lo so
ma la tristezza però
si può racchiudere
dentro una canzone
che canterò….
Ogni volta che avrò voglia
di parlarti
di tenerti
di toccarti
di sentirti

(Vasco Rossi e Massimo Riva)

Haiku

Neve limpida
Passerella di silenzio
E di bellezza.

Le strade della colpa

Davide era un operaio. Lavorava per un’impresa edile e costruiva strade. Lui era quello della betoniera, era quello della pressa, ed era anche quello che si prendeva cura della strada dopo averla costruita. Nulla di speciale, se non per quel suo vizio.
Davide era anche un filosofo, o meglio, così gli piaceva considerarsi. In realtà era uno che pensava molto.
– I filosofi sono gente che pensa, ed io penso molto. Sono un filosofo anche io.
Era questo che si ripeteva dopo ogni lunga riflessione fatta stendendo il bitume. Era anche convinto anche che l’odore di quella sostanza, tanto nera che pareva essere uscita dall’universo più buio, aiutasse la sua mente.
Una volta, asfaltando una piccola strada di campagna, si soffermò a lungo a guardare la vecchia stradina che stavano per ricostruire. La betoniera s’accese e i primi fiocchi di profumo di bitume cominciarono ad arrivare a lui. E con quell’odore arrivò il suo pensiero.
E’ un po’ come una strada. Una di quelle strade appena finite: senza buche, lisce, perfette. Tutto appare tranquillo e stabile. Finchè non accade. A quel punto senti il terreno sotto il tuo asfalto cambiare. Qualcosa sembra attraversarlo, dal profondo. A volte è qualcosa di impercettibile, quasi non ci si fa caso. A volta è tutto chiaro fin dall’inizio. Ad ogni modo, quel qualcosa approfitterà di ogni minuscola crepa nel tuo equilibrio.
Da quel momento in poi, non sarai più padrone di niente. L’erba comincerà a crescere, invadere, spaccare la tua strada, riducendola a brandelli. Fortunatamente ciò accade solo a coloro che posseggono una coscienza. Il senso di colpa è una misura perversa e complicata del bene che vogliamo ad una persona. Non sempre viene capito. Non sempre può essere capito.
Le strade? Quelle continuano a rompersi, sempre. Non resta che strappare via tutta l’erba e buttare giù un altro po’ d’asfalto, vedrai che sarà l’ultima volta.
Davide era un operaio. Davide era anche un filosofo.

Il suono che non si dimentica

Quel giorno andai al lavoro con mio padre. Lui faceva il giardiniere. Non saprei dire da quanto, ma se me l’avessero chiesto, avrei risposto che il giorno in cui furono inventate le piante lui era già lì a prendersi cura di esse.
Arrivammo davanti al grande cancello in ferro battuto e mio padre bussò al citofono. Nessuno rispose. Posò la sua cassetta degli attrezzi per terra, poggiò il dito sul pulsante, per bussare una seconda volta, ma poi esitò.
Dalla lontana porta della lussuosa villa, vedemmo uscire una persona in giacca e cravatta che si diresse verso di noi. Doveva essere il maggiordomo, una famiglia così ricca doveva averne per forza uno.
– Scusate, ma il citofono è guasto. I signori sono?
– I giardinieri. Siamo venuti per la serra.
– Prego, accomodatevi.
Il vecchio maggiordomo aprì il portoncino di fianco al grande cancello e con la mano, fece cenno di seguirlo lungo il viale.
Arrivammo nella serra della villa ed il maggiordomo ci lasciò soli. Mio padre sembrava essere entrato nell’Eden. Aveva passato tutta la vita a tagliare, potare, annaffiare, curare piante ed alberi, le conosceva meglio delle persone e le amava in modo del tutto sconsiderato. L’avevo visto parlare con loro. Nella nostra piccola serra, parlava con le sue piante di qualunque cosa, e mi piaceva starlo a sentire di nascosto.
Ad una pianta un giorno rivelò d’amare una donna. Subito dopo iniziò a piangere di fronte quella bellissima orchidea mentre parlava di una certa Luise. Diceva d’amare quella donna più d’ogni altra cosa, ma che a volte si sentiva in colpa per la mamma, che era morta da tre anni.
– Guarda qui che bellezza.
– Sono tanti papà!
– Si. Se c’è una cosa che i Fontaine hanno di buono, è che amano le cose belle. Quindi amano anche i fiori. Guarda questo.
– E’ bellissimo! Da dove viene?
– Questo? Viene dall’India. E’ rarissimo.
– Quindi dobbiamo stare attenti?
– Già, molto.
Ero davvero eccitato. Mi sentivo come un eroe, l’unico, oltre a mio padre, in grado di portare a termine quel compito difficilissimo: far sorridere le piante. Già, perché mio padre diceva sempre che le piante sorridono quando le si tratta bene. Diceva anche che, solo poche persone al mondo sapevano farlo e lui, era una di queste.
Tirò fuori dalla cassetta degli attrezzi una piccola forbice ed una spugnetta, che bagnò con dello strano liquido azzurro.
– Cos’è?
– Vedi questa pianta? E’ malata. E’ come se avesse la febbre.
– E noi le diamo la medicina?
– Proprio così, le diamo la medicina.
Ci scambiammo un sorriso d’intesa. Stavamo salvando una vita, proprio come facevano i dottori all’ospedale.
Mentre gironzolavo per i banchi, pieni di bellissimi fiori, sentii dei rumori provenire dalla casa. Sembrava che qualcuno stesse rompendo dei piatti. Poi, sentii delle voci.
– Devi essere impazzita!
– Non sono io che sono pazza, sei tu che sei l’uomo più viscido che abbia mai conosciuto! Ho sopportato per anni i tuoi “incontri occasionali”, come ami definirli, ma addirittura portare un’altra donna nel nostro letto, nella mia casa! Sono stanca. E’ da tanto che non ci amiamo più. Non ha senso continuare questa farsa!
– Zitta donna!
– Cosa vuoi fare con quello? Tagliarmi la gola?
Impaurito per le grida, mi rannicchiai in un angolino vicino dei fantastici gigli. Chiamai papà, ma non rispose. Lo cercai, ma non era più lì, così decisi di uscire anche io per trovarlo. Seguii le voci, entrai nella grande porta principale, girai a sinistra ed arrivai nel grande salone.
Per terra c’era una donna. Era bellissima. Indossava un vestito di seta rosso, lo stesso del suo rossetto. Teneva la mano, sporca di sangue, sulle labbra. Di fronte a lei c’era un uomo sulla cinquantina, ben vestito, cravatta slacciata ed un tagliacarte sporco di sangue in mano. A pochi metri mio padre. Reggeva una pistola e fissava l’uomo col coltello, puntandogli l’arma contro. Mi nascosi dietro la porta ed osservai tutto da lì, come fosse solo un film.
– Fermati Jean!
– No Luise, questa storia va avanti da troppo tempo. Non posso permettere che accada ancora.
– Così tu saresti il famoso Jean?
– Ha importanza?
– Invece ha molta importantza. Jean è il nome dell’amante di questa puttana. Se tu sei Jean, mi costringerai a farti del male.
– Jean è il nome dell’uomo che ama Luise. Jean è il mio nome. Jean è il nome della tua fine.
– E cosa vorresti fare ora con quella pistola?
– Niente di più di quello che va fatto.
– Jean fermati non fare pazzie!
– Luise, serve un secondo. Un secondo e tutto sarà finito. Noi due potremo amarci, senza nasconderci e senza paura.
– Giardiniere non farmi ridere. Non sai con chi stai avendo a che fare! Se mi uccidi…
– Se “ti uccido” cosa? Non accadrà proprio nulla. Se ti uccido tu muori, semplice.
– Uccideresti un uomo disarmato?
– Quando schiacci un verme gli fai la cortesia di dare una gamba anche a lui?
Per tutta la grande camera risuonò quello sparo. Un suono che mi porto dietro ancora oggi, a distanza di trent’anni. Lo riesco a sentire benissimo.
E’ qui nella mia mente, nelle mie orecchie. Fa tremare ancora il mio petto. E’ qui come se stesse accadendo tutto di nuovo, ora, in questa chiesa. Come se l’uomo in quella bara davanti a me non fosse morto, ed avesse ancora in mano quella pistola. Come se la donna seduta vicino a me, non stesse qui a stringermi la mano, ma fosse ancora su quel pavimento a piangere a dirotto. E’ ancora tutto qui con me. Il suono di quello sparo, è il suono che non si dimentica.

I ladri di sguardi

La musica è un viaggio. E’ una camminata sul lungomare di Napoli, quando ancora il mondo dorme e ci sei solo tu a parlare con il mare. E’ un salto nella schiuma bianca delle cascate del Niagara. E’ l’aurora vista dall’artico. E’ un’attraversata d’Oceano per vedere la donna amata.
La musica non si deve ascoltare, ma si deve sentire. La gente è convinta che il verbo “sentire” possa essere usato solo per l’udito. Questa è la gente che non vivrà mai. Si sente con gli occhi, con la bocca, con la pelle, con qualunque parte del proprio corpo.
Io sento con le mani. Quando le poggio sul manico e avverto il metallo sotto i polpastrelli, sento i desideri delle persone che mi sono davanti. Sento dove vorrebbero andare ed io, li porto lì dove vorrebbero essere. Nota dopo nota, passo dopo passo, ma senza guardarli.
Gli indico la strada senza mai guardare i loro occhi. Sarebbe come prenderli per mano. E’ il loro viaggio, mi basta esserne parte, senza intromettermi troppo.
Il cuore è diverso. Non si limita a sentire, come il resto del tuo corpo. Esso cattura, spezza, ruba e custodisce. Che tu lo voglia o no. Ha vita propria. Come un’immensa rete nelle viscere del mare, esso intrappola ogni cosa, ogni sensazione. Senza regole e senza scuse, strappa via dalle altre persone le loro anime, o almeno ci prova. In realtà quasi mai ci riesce, e se ne ritrova solo un pezzetto. Più o meno grande.
Quando un musicista, suonando, ti guarda negli occhi, sta attento. Non ti sta solo accompagnando nel tuo viaggio. Ti sta prendendo per mano. Ti sta dicendo che quel viaggio non è il tuo, ma è il suo, il vostro. Quando un musicista, suonando, ti guarda negli occhi, a suonare non sono le mani o la bocca. Non sta sentendo.
E’ il suo cuore che sta suonando, catturando, spezzando, rubando. E non gli importa dove andrete a finire, perché alla fine lui avrà già preso la tua anima. Tutta.

Un malato di cuore

“Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo.”
Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.
Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.
Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate
.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no, non ricordo,
da quale orizzonte sfumasse la luce.
E fra lo spettacolo dolce dell’erba
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.
“E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non si riesce di sognare con loro.”

De Andrè

Un nome

Un nome. Un nome per ogni persona, ed una persona per ogni nome. Conosco una persona. Anzi ne conosco tante, ma solo una persona che conosco non avrebbe potuto avere altro nome all’infuori di quello che ha. Belle. Lei non avrebbe potuto chiamarsi diversamente. Ci sono delle volte in cui dal nome capisci tutto di chi lo porta, volte in cui delle semplici lettere messe l’una affianco all’altra sono molto di più che una parola. Sono il sunto di un’intera vita, la regola di un’esistenza, la promessa di un’anima. Di Belle avevo ho capito tutto. Guardandola ho capito perché non avrebbe potuto chiamarsi diversamente.  Ascoltandola ho capito perché si chiamasse così. Non è una questione di capelli, mani, labbra, occhi, di seni, corpo o forme. Si tratta di lei. E’ per via di ciò che ha dentro. Già, perché in certe occasioni, di certe persone, vedi prima ciò che hanno dentro. Portano in sé mondi talmente incontenibili che finiscono per avvolgerli, ricoprirli, nasconderli e quasi eclissarli. E’ il dentro che copre il fuori, ed è il fuori che custodisce il dentro. Un paradosso che non capirò mai. Un paradosso racchiuso in un solo nome. Un nome significa molto. Belle significa molto. Da un nome si possono capire molte cose, ed io non ho capito niente.

L’amore uccide

Si pensa che dia vita, faccia rinascere, ringiovanisca e rinvigorisca. Forse. Ma prima d’ogni cosa, l’amore uccide. Ciò che eri, che credevi, che pensavi o anche solo immaginavi d’essere non esiste più quando ami. Una parte di te muore. Necrotici pezzi del tuo essere si consumano e scompaiono. Al loro posto arriva il tuo nuovo io. Ci sono delle volte in cui si fatica davvero a capirsi. La sconsideratezza delle azioni dettate da quel maledetto sentimento ti porta a stupirti ogni qual volta tu faccia qualcosa senza sapere il perché. O meglio, sai perché lo fai, lo sai fin troppo bene, conosci l’insensata ed immotivata voglia dell’altra persona. L’hai studiata a fondo nelle notti passate a pensare, ma è proprio questo che non ti spieghi. Non riesci a capire l’origine di tutto ciò, l’origine della tua nuova vita, l’origine della tua morte. Perché tra miliardi di respiri dipendi proprio dal suo, perché tra miliardi di voci solo la sua è essenziale, perché tra infinite essenze sia stata proprio lei ad ucciderti. Puoi provare a capirla, ma non accadrà mai di trovare la verità, perché non esiste verità. Non esiste verità palpabile, udibile, visibile, tangibile, non esiste nulla. Esiste solo l’abissale voglia di ritrovarsi in un letto e fare l’amore anche senza sfiorarsi, guardandosi solamente. Catturarne semplicemente il profumo nell’aria, con respiri profondi, cercare di imprigionare nei tuoi polmoni tutto il suo essere e la sua bellezza, come a voler chiudere il mondo in una scatola, il mare in una conchiglia, il cielo in una foto. Impossibile. Ama, muori, rinasci, vivi.

Bianco, nero, bianco.

Lo ricordo come se fosse ieri. Non ve lo devo dire io, penso sappiate che quando qualcosa ti cambia la vita te la ricordi per sempre. Era pomeriggio. Un solito pomeriggio. Stavo seduto sullo sgabello. Le mie dita continuavano a correre su e giù su quei maledetti tasti, bianco, nero, bianco, nero, bianco, nero, il bene e il male, nero, uno dei soliti maledetti pomeriggi passati su quello sgabello. Ma poi sento una nota. Un’altra ed ancora un’altra e dopo molte altre ancora. Non riesco a capire da dove vengano. Poi stop. Tutto smette, e nelle mie orecchie risuonano solo le note che vengono dal mio dannato pianoforte, di nuovo bianco, di nuovo nero. “Non ci siamo ancora, perché non studi come ti ho detto? Il piano forte è una cosa seria! Ti devi applicare”. La maestra di pianoforte continua a parlare, ma non l’ascolto. Da quel momento tutto per me cambiò ed anche io smisi di essere ateo. Avevo anche io trovato qualcosa in cui credere, qualcosa in cui sperare quando ti accorgi che intorno a te c’è solo una putrida pozza di gente che non fa altro che darti addosso. Quando tutti ti dicono no, qualcosa ti avrebbe ancora sussurrato un “si” alle orecchie. Non erano solo sei sottili fili di metallo piazzati a caso su un corpo di legno, erano linee che tracciavano i confini della mia felicità e della mia pace. Da un Mi ad un altro, giù per ventidue tasti.